VERTICAL JIGGING: FACILE... A DIRSI


 

 

 

 

Il vertical jigging è una tecnica semplice da descrivere, generosa di emozioni con chi la pratica con impegno e perseveranza, spietata con chi si illude che basti calare un jig in acqua per ottenere, a parte qualche exploit fortunoso, risultati regolari.

 

Per quanto mi sforzi di ricordare, nessuna nuova tecnica di pesca ha avuto mai in Italia un’espansione tanto dirompente quanto il vertical jigging, nonostante la sua estraneità alle nostre tradizioni alieutiche. Probabilmente la ragione del boom risiede nella spettacolarità delle catture in rapporto alla semplicità dell’attrezzatura e della messa in atto della tecnica stessa, il tutto supportato dalla potenza del web come strumento di diffusione delle informazioni. Non nego che io stesso ho avuto i miei primi contatti con la “malattia” proprio attraverso la frequentazione di forum tematici, in particolare quello di “Seaspin” in Italia e quello di “Caranx” in Spagna, dove l’esplosione del vertical è avvenuta ormai quattro anni fa. Proprio sui forum fra le tante discussioni che hanno permesso di diffondere ed approfondire sia gli aspetti tecnici che quelli più filosofici del vertical jigging, se ne stanno  sviluppando alcune abbastanza oziose riguardanti il fatto che si tratti di una tecnica di pesca più o meno facile; addirittura c’è chi nega che abbia un contenuto tecnico; questo è però un argomento che mi riprometto di approfondire in futuro.

Una tecnica semplice o facile?

Il senso della chiosa in apertura è quello di evidenziare un fatto: il vertical jigging è, come lo spinning da cui filosoficamente deriva (one man, one rod, one lure), una pesca semplice, almeno da definire e forse da descrivere, il che ovviamente non vuol dire assolutamente che sia una tecnica facile o meglio che sia più facile di altre. Perché semplice? Perché gli elementi irrinunciabili sono pochi: barca, punti buoni, canna mulinello e jig armato con assist hook. Semplice è anche la descrizione sintetica della tecnica, che consiste nel recupero in verticale di un metal jig precedentemente calato in fondo al mare. Cosa c’è di complicato? Definire metal jig ed assist hook? I metal jig sono esche appartenenti alla vasta categoria dei jigs caratterizzati quasi sempre da peso specifico elevato e forma idrodinamica, vagamente riproducente il corpo di un pesce; gli assist hook sono ami, ad anello saldato tipo livebait, di misura generosa, dal 7/0 al 13/0, armati su un bracciolo di trecciato in kevlar da 500 lb, montato in testa al jig, con una lunghezza compresa tra un terzo ed un quarto della lunghezza dell’artificiale e libero di svolazzare durante il recupero. Anche impostare una battuta di vertical è, dal punto di vista organizzativo, semplice; come a spinning si è sempre più o meno pronti a partire, anche se si trattasse di fare una breve battuta, non c’è bisogno di esca, tanto meno di procurarsela come nel caso della traina col vivo, rispetto allo spinning addirittura non c’è neanche bisogno di curarsi particolarmente delle condizioni atmosferiche (ammesso che consentano di uscire in barca in sicurezza) o degli orari; mi è capitato di pescare in quasi tutte le condizioni e a quasi tutte le ore.

Disciplina completa ed appagante

Questo aspetto ha portato molti appassionati ad utilizzare il vertical come disciplina di ripiego ad esempio quando a spinning non ci sono mangianze o a traina non si riesce a fare l’esca viva; questo modo di vedere questa tecnica è secondo me riduttivo e può portare solo a risultati fortunosi; il jigging infatti richiede applicazione e perseveranza, e restituisce emozioni con gli interessi a chi lo affronta col corretto spirito e gli da la giusta importanza. Il vertical jigging, seppure sia una variante dello spinning, è disciplina autonoma e completa, in grado di soddisfare appieno la ricerca di emozioni ancestrali che cerchiamo andando a pesca. Coloro che pensano sia un metodo di pesca a scarso contenuto tecnico manifestano un pensiero analogo a quelli che definiscono lo spinning come un lancia e recupera.

Risultati non casuali

Si diceva che è o sembra tutto semplice. Quello che non è facile come potrebbe far supporre l’ubriacatura di immagini e di articoli pubblicati sulle riviste ed in rete, è prendere i pesci, almeno in modo regolare come avviene in altre tecniche dedicate agli stessi target; anche in questo il jigging assomiglia allo spinning, può avere momenti di grazia, dove solo il senso di responsabilità che deve contraddistinguere il moderno pescatore dilettante, permette di limitare le catture nei limiti del buon senso e delle norme di legge; più frequentemente può dare e da luogo ad una serie di cappotti pesantissimi. Quello che aiuta ad avere un atteggiamento equilibrato e risultati più regolari è, oltre al perfezionamento consapevole di una tecnica corretta da mettere in atto con un’attrezzatura adeguata, la fiducia che si acquisisce dopo le prime catture importanti, che consente di sopportare anche diverse ore di pesca senza sentire una toccata con la sicurezza che se si fanno le cose per bene prima o poi il risultato arriva. Ampliare il proprio bagaglio tecnico in termini di varietà di azione da trasmettere alle diverse tipologie di jig, piuttosto che fossilizzarsi sui movimenti base che vengono naturali, consente di risolvere anche quelle giornate, che sono la maggior parte, nelle quali i pesci sono apatici o poco propensi ad attaccare le nostre esche. La chiave per ottenere risultati non casuali è proprio quella di cercare, in ogni situazione, il movimento e l’esca giusti, anche perché il vertical jigging vero, quello medio pesante, si risolve un po’ come un combattimento di karate, una botta e via, tutti a casa, dato che in genere si beccano pesci che singolarmente superano i 5 kg di peso consentiti dalla legge.

Una tecnica in piena evoluzione

Proverò, nei limiti consentiti dalla mia breve ma intensa esperienza acquisita in una trentina di uscite vissute con lo spirito di capire ed imparare ogni volta qualcosa di nuovo, a  delineare le caratteristiche operative del Vertical Jigging; naturalmente non ho la presunzione o la pretesa di dettare dei dogmi o esaurire l’argomento, in quanto posso dire con una certa tranquillità che neanche chi questa tecnica l’ha inventata o perfezionata potrebbe farlo, visto che ogni giorno che passa le regole che sembrano già scritte vengono puntualmente smentite. Qui descriverò la variante medio pesante, quella che conosco meglio ed ovviamente spiegherò come la metto in pratica io; ciò non toglie che tale descrizione possa essere utile anche a comprendere altre varianti, come quella del light jigging, rivolta a piccoli pelagici come palamite, sgombri, surelli, barracuda, a piccoli predatori di fondo come le tracine o a grufolatori come i pagelli; questo approccio è quello che ha avuto il ruolo di iniziazione per molti, me compreso, ed è connotato da una certa “facilità” di cattura quando si presentino particolari condizioni di frenesia da parte delle piccole prede.

Primo, sapere dove trovare i pesci

Intanto bisogna dire una cosa di una banalità estrema ma che è determinante: essendo il vertical jigging una tecnica che si pratica in modo “puntuale”, ovvero esplorando una colonna d’acqua ed una porzione del fondo abbastanza ristretta, a differenza ad esempio della traina e dello spinning da natante che spaziano su aree più ampie, bisogna conoscere con più precisione dei punti buoni, ovvero poste dove si presume che stazionino o transitino i predatori, oppure essere capaci di trovarle mediante un esame critico delle carte nautiche e, una volta in mare, dall’interpretazione di segnali che lo stesso ci offre, come ad esempio la presa in considerazione di aree dove si ripetono le mangianze e quelle prossime ai gavitelli delle attrezzature da pesca dei professionisti; la banalità dell’affermazione deriva dal fatto che se peschiamo in un punto dove il pesce non c’è o non passa, possiamo essere anche bravissimi ma non pescheremo mai, diversamente ad esempio che a traina dove, gira gira, qualche pesce può sempre attraversare la nostra scia.

L’aiuto dell’ecoscandaglio

Concretamente l’azione di pesca si svolge in questo modo: ci si ferma con la barca in modo da impostare una passata in scarroccio sui punti desiderati, rivalutati anche con l’ausilio e direi il conforto dell’ecoscandaglio; su questo strumento bisogna dire che circolano leggende ed informazioni del tutto esagerate; pur essendo quasi indispensabile il suo ausilio viene sopravvalutato da molti; la sua interpretazione è infatti piuttosto complessa, (in un prossimo articolo ne parleremo), e non certo esaustiva; se avessi dovuto scartare, da quando pesco a jigging, tutti i punti dove l’eco non segnava l’ombra di un pinnuto, avrei perso sicuramente l’80-90% delle catture; anzi, normalmente quando vedo le classiche palle di pesce vado oltre, in quanto se c’è pesce foraggio non ci sono i predatori, e se ci sono hanno ben altri interessi che il mio jig; preferisco andare a cercare i pesci in stasi, anche fuori dalle secche, sul fango, dove però quasi sempre sono difficili da localizzare con l’eco, specie se paraghi o dentici; nella maggior parte dei casi vedremo i pesci e addirittura gli inseguimenti del jig, durante o dopo che lo stesso avrà risvegliato i predatori portandoli, qualche fortunata e meritata volta all’attacco, più di frequente al classico inseguimento con rifiuto; insomma, proprio come a spinning, con la differenza che invece di vedere la spigola beffarda sotto i nostri piedi, registreremmo delle strisce di pixel più o meno colorate asintoticamente tendenti alla traccia del jig, che nel suo andamento restituisce, per effetto dei recuperi e dei rilasci, un grafico sinusoidale. Quindi se il punto è buono o presunto tale va sondato più col jig che con l’ecoscandaglio essendo l’azione del jig a risvegliare i pesci e a renderli visibili dallo strumento.

Il “rimbalzo sul fondo”

Giunti quindi sul punto prestabilito (in realtà un po’, il tanto giusto, a monte di questo) si cala il jig aprendo l’archetto o si lancia leggermente a valle dello scarroccio se questo è sostenuto; si tiene la canna puntata verso il basso per agevolare la fuoriuscita del filo ed essere pronti per il primo strattone, da eseguirsi non appena il jig tocca il fondo;  questo è un momento topico, anzi magico, nel VJ, che ho battezzato “rimbalzo sul fondo”, in occasione del quale si hanno il 70% degli attacchi se si è a dentici o ricciole, pesci che, come mostra spesso l’ecoscandaglio, seguono il jig durante la discesa e lo attaccano quando questo riparte dal fondo.

Le tecniche di recupero ed animazione del jig

Il recupero del jig può essere effettuato in un numero infinito di modi, ma vi sono alcune regole base che in genere rendono di più; per fare un parallelo con lo spinning si tratta di esercitare un’azione più simile a quella necessaria per un walking the dog o uno sticker bait piuttosto che quella adatta al classico minnow. Prendendo in prestito un verbo tipico della pesca al luccio con le jerk bait (particolari artificiali privi di paletta), si parla, per il movimento da imprimere al jig, di jerking, intendendo con questo termine, nel caso del vertical jigging, un movimento verticale più o meno accentuato e brusco, a volte un vero e proprio strattone, altre volte una pompata più dolce e graduale. Ormai, per la solita abitudine di italianizzare i termini stranieri, piuttosto che coniarne di nuovi, è normale sentire l’uso corrente di parole come jiggare e jerkare; mi sento a questo punto autorizzato a coniare un nuovo proverbio, che calza a pennello col vertical: “chi jerka trova”. Tornando seri, se così si può dire visto che stiamo parlando di pesca, la classificazione più utilizzata prevede due azioni base: lo short jerking, che consiste in una serie ripetuta di brevi strattoni coordinati col recupero, con una regola base di uno strattone per giro di manovella ed il long jerking, caratterizzato invece in un’escursione più ampia del cimino, somigliante alla azione tipica di pompaggio durante un combattimento col pesce, con sollevamento della canna e richiamo della lenza in discesa; in questo caso ad uno strattone corrispondono mediamente tre giri di manovella. La frequenza, la velocità, la nervosità del jerking determinano un’altra serie di varianti spesso personali e altrettanto frequentemente determinate dalla forma e dalla distribuzione del peso del jig.; lo stile più tradizionale secondo i canoni della scuola giapponese è il jerking eseguito col manico della canna sotto l’ascella, il cosiddetto underarm, che è quello che consente la migliore impostazione per il controllo del jig; si contrappone alla tecnica con canna in pancera, più adatta in generale al long jerking e sicuramente molto meno affaticante.

Fondamentale l’assetto verticale

Ricapitolando, si cala l’esca metallica, non appena tocca il fondo si comincia subito a recuperare, generalmente a strappi (jerking) fino ad una certa distanza dallo stesso o sino alla superficie; questa scelta dipende sia da dove stanno i pesci che dalle specie che intendiamo insidiare, ma anche spesso da quanto è veloce lo scarroccio; se questo è sostenuto dopo pochi recuperi parziali bisogna tornare comunque in superficie, per mantenere verticale la lenza. Infatti, l’altra regola base è che più è verticale l’assetto, più è efficace l’azione; per ottenere questo risultato diventa decisiva la scelta del jig, nella forma e nel peso, del diametro del trecciato e del tipo di recupero da adottare.

La concentrazione, in attesa dell’attacco

Anche dopo ore di jerking, magari inutile, senza sentire una toccata, bisogna cercare di mantenere la concentrazione, perché quando finalmente parte l’attacco bisogna essere pronti a ferrare con decisione; non solo, se il pesce è vicino al fondo è necessario impedirgli, nei limiti del possibile, di raggiungerlo eventualmente  bloccando la bobina del mulinello con la mano (io lo faccio sempre), e se la canna non è abbastanza tosta ribadendo una o due volte la ferrata, ottenendo in questo modo anche il risultato di girare la testa al pesce. Momento critico, soprattutto le prime volte, il passaggio della canna da sotto il braccio al bicchierino della pancera; si tende ad effettuarlo troppo presto rischiando di dare discontinuità all’azione con pericolo di favorire la slamata; aspettare quindi che il confronto col pesce si sia stabilizzato, approfittando magari di uno dei classici momenti di stallo per posizionare lentamente la canna in pancera durante la pompata, facendo leva verso il basso con la mano sinistra.

Un combattimento deciso, breve, se...

Il recupero della preda deve essere deciso, a volte brutale, altrimenti il pericolo di slamata, aumenta; pompate energiche, corte, a rompere la difesa passiva del pesce che vorrebbe riossigenarsi, a canna bassa (molti sbagliano proprio questo aspetto dell’impostazione alzandola troppo); è importantissimo tenerlo sempre in tensione, visto che spesso si slama a pagliolo causa la violenza del combattimento e la mancanza di elasticità del trecciato che sollecitano oltre misura il punto di infissione dell’amo. In genere il combattimento si risolve in pochissimi minuti, intensi ed indimenticabili. Un combattimento breve aumenta la possibilità di sopravvivenza del pesce in caso di rilascio. Questo con prede diciamo “normali”, orientativamente sotto i 15 kg.

... se il nostro avversario lo consente, altrimenti...

Se invece il pesce dall’altra parte è fuori misura, in particolare una grande ricciola, o siamo attrezzati per l’occasione, con canna mulinello e filo veramente surdimensionati, oppure dovremo meditare l’azione per non scatenare la furia della nostra avversaria, allungare un po’ i tempi, blandirla sfruttando la sua innata “barrosia” di animale al vertice alla catena alimentare, senza nemici dichiarati; mentre a traina l’azione più importante da mettere in atto per non perdere una grossa ricciola è quella di portarla lontano dalle rocce, possibilmente sul fango, a vertical questo diventa difficile, dato che il combattimento parte in verticale; in questa situazione è infatti la ricciola a scegliere la direzione, e col filo poco inclinato non possiamo far altro che seguirla non potendo esercitare un’azione laterale tesa a deviarne la fuga. Solo con attrezzature potentissime è possibile esercitare quella che Nicola Zingarelli definisce tecnica del trattore, che non mi sembra il caso di descrivere visto che si definisce da sola. Con attrezzature normali bisogna cercare quindi di assecondarla in modo da darle l’impressione che sia lei a comandare il gioco; in questa situazione normalmente si limiterà a tirare come un mulo testardo e recalcitrante, le sue fughe imperiose, se terremo un basso profilo, saranno determinate dal fatto di essere infastidita dalla trazione della lenza, non  verranno consapevolmente effettuate per riconquistare la libertà;  se così fosse il combattimento in pochi attimi avrebbe termine, le basterebbe la percezione reale del pericolo per andare sul fondo a recidere il terminale, non potremmo fermarla. A causa della sua presunzione non si accorge che si sta stancando, che l’acido lattico si sta accumulando nelle fibre dei suoi muscoli, potenti ma energeticamente dispendiosi; muscoli che ad un certo punto diventeranno pesanti, troppo pesanti per opporsi al nostro ultimo sforzo, per il quale avevamo economizzato e riservato un po’ di energia, che riusciremo ad erogare anche grazie alla spinta data dalla rinnovata fiducia derivante dall’avere iniziato ad imbobinare il terminale; avere il terminale in bobina significa non dover temere per il cedimento del nodo, punto critico quando si usano trecciati sottili e terminale in nylon o fluorocarbon; tutto si gioca adesso nell’ultima fuga disperata che il pesce effettuerà alla vista della barca; sono momenti che possono valere una vita di pesca.

Semplicemente emozionante

Anche se mi sono dilungato un po’, ho mostrato come il vertical jigging sia comunque semplice nell’essenza e negli elementi fondamentali: indurre il pesce all’attacco, staccarlo dal fondo, tenerlo sempre in tensione; più difficile risulta descrivere le emozioni che questa tecnica trasmette, anche se alla fine, se si è fatto tutto per bene ci si ritrova quasi sempre seduti, con l’affanno, la gamba presa da un tremito incontrollabile  dovuto allo sforzo concentrato ed  allo stress accumulato, con lo sguardo sognante e la mente attraversata da una serie di flashback, l’immagine della canna ingoiata dal mare, lo stridio della frizione mai sufficiente, il lamento del trecciato negli anelli, il bagliore, a dieci o quindici metri da noi, il pesce che si arrende sfinito ma con l’aspetto sempre fiero e maestoso.